Sei ancora quel bambino. E questo spiega tutto.
- 21 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 9 apr
La scienza mostra che gran parte delle nostre scelte da adulti obbedisce a schemi nati nei primissimi anni di vita. Capirli è il primo passo per cambiarli.
C'è un momento della giornata — magari al lavoro, in una discussione con il partner, oppure da soli davanti a una decisione difficile — in cui qualcosa in noi reagisce in modo sproporzionato. Una piccola critica e ci chiudiamo. Un momento di incertezza e cerchiamo freneticamente rassicurazione. Un ostacolo imprevisto e ci blocchiamo.
Ci diciamo: "Non so perché mi comporto così."
La psicobiologia dello sviluppo ha una risposta piuttosto precisa: lo sai benissimo. Solo che quella risposta è sepolta in qualcosa che è accaduto molto prima che tu avessi parole per descriverlo.
Il bambino che siamo stati detta le regole del gioco
Negli ultimi decenni la ricerca scientifica ha confermato ciò che i grandi teorici dello sviluppo — da John Bowlby a Jean Piaget — avevano intuito: i primi anni di vita costruiscono schemi mentali ed emotivi che restano attivi per tutta l'esistenza.
Non si tratta di determinismo. Non siamo "condannati" dal nostro passato. Ma quegli schemi — chiamati tecnicamente modelli operativi interni — funzionano come una lente attraverso cui leggiamo ogni situazione nuova. E spesso non ci accorgiamo nemmeno di indossarla.
"Qualunque cosa facciamo, all'origine c'è sempre l'attivazione di uno schema primitivo e universale di tipo neurofisiologico: un meccanismo di difesa che ci spinge a scegliere come reagire a ogni stimolo — che di default viene percepito come una potenziale minaccia." Vigliani & Morina — Fondamenti di Psicobiologia dello Sviluppo
In parole semplici: il nostro sistema nervoso è ottimizzato per la sopravvivenza. E quella ottimizzazione è avvenuta quando eravamo piccoli, vulnerabili, e dipendenti interamente dagli adulti intorno a noi.
L'attaccamento: il primo contratto emotivo della vita
Il ricercatore britannico John Bowlby descrisse negli anni Cinquanta e Sessanta uno dei fenomeni più studiati della psicologia moderna: il legame di attaccamento. Al centro di tutto c'è un'idea semplice quanto rivoluzionaria: ogni bambino ha bisogno di una "base sicura" — tipicamente la madre — da cui esplorare il mondo e a cui tornare quando sente paura o pericolo.
Quello che è emerso dalle migliaia di ricerche successive è ancora più interessante: il modo in cui questo bisogno viene soddisfatto (o non soddisfatto) nei primi anni plasma letteralmente il modo in cui da adulti gestiamo le relazioni, i conflitti, l'ansia e l'intimità.
Mary Ainsworth, allieva di Bowlby, sviluppò il metodo della Strange Situation — un esperimento osservativo con bambini tra i 12 e i 24 mesi — e identificò quattro diversi stili di attaccamento. Le statistiche sono eloquenti:
70% attaccamento sicuro — la base di partenza più favorevole
20%
attaccamento ansioso-evitante
10% attaccamento ansioso-resistente o disorganizzato
Ma cosa significa concretamente questo nella vita adulta?
STILE EVITANTE Distanza come difesa Tendono a minimizzare i bisogni emotivi, propri e altrui. "Non ho bisogno di nessuno" è spesso il loro mantra implicito. | STILE EVITANTE Distanza come difesa Tendono a minimizzare i bisogni emotivi, propri e altrui. "Non ho bisogno di nessuno" è spesso il loro mantra implicito. |
STILE ANSIOSO-RESISTENTE L'ambivalenza come cifra Oscillano tra il bisogno intenso di vicinanza e il timore del rifiuto. Le relazioni diventano spesso estenuanti. | STILE DISORGANIZZATO Schemi contraddittori Chi ha vissuto traumi precoci può sviluppare risposte comportamentali confuse, in cui il caregiver è sia fonte di conforto che di paura. |
Da sapere
La buona notizia — confermata dalla ricerca di Peter Fonagy — è che sviluppare la capacità di riflettere sulle proprie esperienze passate può letteralmente interrompere la trasmissione intergenerazionale degli stili di attaccamento insicuro. Chi sa guardare dentro di sé riesce spesso a costruire relazioni migliori di quelle in cui è cresciuto.
Piaget e la lente con cui vediamo la realtà
Jean Piaget ha descritto come il pensiero umano si costruisce per stadi successivi. Ma ciò che più interessa in chiave di benessere adulto non è la sequenza in sé — è l'osservazione che molti adulti, in situazioni di stress o ansia, regrediscono a modalità di pensiero tipiche dell'infanzia.
0–2 anni — sensomotorio | Conosce il mondo attraverso sensi e corpo. Nessuna rappresentazione astratta ancora. |
2–7 anni — preoperatorio | Emerge il linguaggio simbolico, ma domina l'egocentrismo. Il pensiero è ancora magico e animistico. |
7–12 anni — operatorio concreto | Inizia la logica. Il bambino comprende che esiste un punto di vista altrui oltre al proprio. |
12+ anni — operatorio formale | Ragionamento astratto, capacità ipotetica, pensiero critico. La mente adulta nel suo potenziale pieno. |
Il punto cruciale: raggiungere l'ultimo stadio non è automatico. E anche chi lo raggiunge può tornare indietro — temporaneamente — ogni volta che la paura o l'ansia prendono il sopravvento. Riconoscere questo meccanismo è già di per sé un atto potente.
Allora cosa facciamo con tutto questo?
Non si tratta di diventare esperti di psicologia. Si tratta di sviluppare la capacità di osservare i propri schemi — quelle reazioni automatiche che emergono nei momenti difficili — senza giudicarli e senza restarne prigionieri.
È esattamente questo il cuore del lavoro che proponiamo in GF3: non cercare la patologia, non etichettare, non curare nel senso medico del termine. Ma accompagnare la persona a riconoscere le proprie risorse, a capire da dove vengono certi schemi, e a scegliere — consapevolmente — come rispondere alla vita invece di reagire in automatico.
Il corpo, come diceva Upledger, ricorda tutto ciò che vive. Il lavoro craniosacrale, il counseling, il coaching — nei percorsi integrati che offriamo — agiscono proprio a questo livello: non per cancellare il passato, ma per non esserne più guidati senza saperlo.
"Se vuoi comprendere una cosa, prova a cambiarla." Urie Bronfenbrenner — psicologo dello sviluppo
La domanda che ti lasciamo non è "da dove vengono i miei problemi?". È qualcosa di più utile e più generativo: quali schemi sto ancora usando che un tempo mi hanno protetto, ma oggi mi limitano?
La risposta non arriva in un articolo. Arriva nel lavoro su se stessi. Ma sapere che esiste una risposta — e che è accessibile — è già un inizio.
Vuoi esplorare i tuoi schemi con il supporto di professionisti?
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Riferimenti bibliografici
• Bowlby J. Attachment and Loss, Vol. 1: Attachment. Hogarth Press / Basic Books, 1969/1982.
• Bowlby J. A Secure Base: Clinical Applications of Attachment Theory. Routledge, 1988.
• Ainsworth MDS et al. Patterns of Attachment: A Psychological Study of the Strange Situation. Lawrence Erlbaum, 1978.
• Main M, Kaplan N, Cassidy J. Security in infancy, childhood, and adulthood. Monographs SRCD, 1985.
• Fonagy P, Steele M, Steele H et al. The capacity for understanding mental states. Infant Mental Health Journal, 1991.
• Fonagy P, Target M. Attachment and reflective function: their role in self-organization. Development and Psychopathology, 1997.
• Berthelot N et al. Intergenerational transmission of attachment in abused and neglected mothers. Infant Mental Health Journal, 2015.
• Piaget J. The Psychology of Intelligence. Routledge, 1950.
• Vigliani F, Morina N. Fondamenti di Psicobiologia dello Sviluppo. Cortina, 2018.
• Bronfenbrenner U. The Ecology of Human Development. Harvard University Press, 1979.
• Siegel DJ. The Developing Mind. Guilford Press, 1999.
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